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La Stüa


Brevi note sulla stüa “Rigamonti”, attuale ufficio del Sindaco di Sondrio

La stüa in molte valli alpine, è il locale all’interno dell’abitazione, interamente rivestito in legno, per il soggiorno invernale e trae la denominazione dalla stufa in pietra o in maiolica che generalmente si trovava nel locale stesso con alimentazione esterna.

Le stüe, pur essendo costituite “su misura” e perciò legate alle dimensioni degli ambienti che le contenevano, furono quasi sempre considerate come beni mobili e, di conseguenza, smontate, trasferite, vendute e persino distrutte per realizzare mobili “antichi”. A Sondrio le stüe antiche dovevano essere moltissime, di queste molte hanno subito la sorte sopra indicata, a nostra conoscenza, ne restano solo cinque: una in Casa Lavizzari in via Parravicini, una in Casa Pelosi in via Pelosi, una in Villa Quadrio in via IV Novembre, una bellissima a Palazzo Sassi in via Quadrio ed una nel Palazzo Pretorio in Piazza Campello, detta stüa Rigamonti.

La stüa “Rigamonti” prende il nome dall’ultima famiglia proprietaria del palazzo da cui proviene e che era situato a sud della chiesa dell’Angelo Custode nell’omonima piazzetta, dove oggi sorge un moderno condominio. L’edificio era sicuramente databile al XVI secolo e, nonostante alcuni rimaneggiamenti, presentava ancora, al momento della demolizione, avvenuta nel 1964, diversi elementi architettonici pertinenti all’età della sua edificazione; apparteneva alla nobile famiglia dei Carbonera che possedeva anche altre due importanti abitazioni nella città (Palazzo Carbonera a Cantone e Casa Carbonera in via Angelo Custode) e un'altra immediatamente fuori le mura (attuale via del Gesù). Ma sul lacunare al centro del soffitto della stüa è presente uno stemma gentilizio non ancora identificato (alcuni ipotizzano si tratti dello stemma della famiglia Dusdei estintasi nel secolo XVI) e questo induce a pensare che un’altra famiglia ancora avesse commissionato la stüa.

In base ad analisi stilistiche la stüa è databile al XVI secolo fatta eccezione per le due porte che sono visibilmente più tarde, del XVII secolo.

Acquistata nel 1954 dall’Amministrazione Comunale per arredare lo studio del primo cittadino, la stüa non ha subito grosse modifiche dall’assetto originario salvo la parete orientale che è stata, in parte, riadattata a causa della finestra; per il resto ha mantenuto la sua forma irregolare con i pannelli inquadrati in piccole cornici e separati da lesene con capitelli tuscanici leggermente aggettanti su cui si imposta una cornice reggente il soffitto. Tutte le cornici sono in noce mentre il resto è in legno cembro. Nella parete sud si trova una porta con due pannelli intarsiati raffiguranti arcate bugnate in rilievo all’interno delle quali si mostrano edifici in prospettiva, a sinistra della porta c’è uno dei tre stipi in noce facenti parte del rivestimento con un pannello di ottima fattura a tarsi policrome raffigurante un vaso di fiori. Gli altri due stipi sono nella parete occidentale e in quella settentrionale: quello ad ovest ha due pannelli intarsiati di cui il superiore reca un cartiglio arricciato e incorniciato da elementi floreali con iscritto il motto “TE/SAU/RUS/TUTUS/FI/DES” di incerta interpretazione, mentre quello inferiore reca un pergolato con edifici in prospettiva; lo stipo a nord ha ugualmente due pannelli di cui il superiore reca un libro aperto con iscritte le lettere O”P/AV” (le iniziali dei proprietari?) ed una serie di strumenti musicali, l’inferiore una serie di strumenti bellici tra cui un’arma da fuoco a più bocche. Sul Soffitto a lacunari si trovano cinque pannelli: quello centrale riporta lo stemma, degli altri, a forma di losanga, recano due tarsie con elementi floreali e due hanno elementi figurati, in uno Mercurio con il caduceo e nell’altro una donna all’interno di una ruota (la fortuna?).

Per quanto riguarda l’autore Camillo Bassi aveva già proposto un confronto con la stüa cinquecentesca di Palazzo Vertemate Franchi a Piuro ravvisando identità di stile e di ideazione tra i due manufatti ed anche “un gusto spiccatamente d’oltralpe”. Tale giudizio era però messo in discussione da G. Battista Gianoli che suggeriva la matrice lombarda evidenziando i temi iconografici tipici del Rinascimento appunto lombardo (architetture, fiorami, strumenti musicali ecc…). Più recentemente Rosanna Pavoni in una pubblicazione su Palazzo Vertemate richiamava l’ipotesi del Bassi suffragandola con nuove comparazioni con stüe del territorio grigionese.

Testo: dott.ssa Angela Dell’Oca - Museo Valtellinese di Storia ed Arte




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