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Visita della città

La cinta muraria di Sondrio


Casa Ferrarri via Cavallotti

Nel corso dei secoli XIII e XIV le lotte tra guelfi e ghibellini fanno sentire i loro nefasti effetti anche in zone periferiche e appartate come la Valtellina. I Capitanei, signori di Sondrio, che furono sempre di parte guelfa, si trovarono in più occasioni in aperta ostilità con la città di Como governata dalla famiglia ghibellina dei Rusca.

Il cronista trecentesco Beltramolo de Selva riferisce che a seguito di tale situazione “detta Terra (di Sondrio) fu molto ribella al Comune di Como, fu di necessità fortificarla di fossati et muri se quivi gli abitatori si dovevano poter difendere. Per tanto l’anno del signore 1318 la detta Terra fu fortificata d’un fossato con le palangate,  et l’anno poi 1325 per l’avvenimento del Sig. Franchino Rusca Capitano del Popolo di Como, il quale machinava di sommergere essa Terra fu per il detto Commune di Sondrio posta una taglia alla ratta di brazza 8 di muro in largo, et brazza 18 e d’altezza brazza 12 per qualonque lira così detta terra fu circondata di muro”.

Per volere di Egidio Capitanei la città fu quindi cinta di mura e queste vennero circondate da un fossato entro il quale scorrevano le acque deviate con le rogge dei “Malleretti”; alla costruzione parteciparono nobili cittadini e vicini, ognuno proporzionatamente alle proprie facoltà. Le difese partivano dalla rupe di Fracajolo, fiancheggiavano il letto del Mallero fino all’altezza di palazzo Martinengo dove probabilmente vi era una torre, piegavano quindi verso via delle Pergole per poi risalire in direzione del Campello, passando ove ora è il lato meridionale del campanile. Da qui le mura procedevano verso Quadrobbio (piazza Quadrivio) girando poi a nord e chiudendosi probabilmente all’altezza della roccia detta Crap in corrispondenza del secondo arco che scavalca via Scarpatetti.

In principio vi erano due sole porte, una in piazza Quadrivio, detta di “Ponta de Prada”, e l’altra nei pressi di palazzo Martinengo, conosciuta col nome di porta di “Cugnolo”. Pochi anni dopo vennero aperti altri due ingressi: la porta detta del “Mallero”, o di “Cantone”, presso il ponte di piazza Vecchia e quella di “Foppa” lungo via Scarpatetti.
In occasione di scavi nelle località citate alcune porzioni delle mura, abbattute nel 1336 dopo la presa di Sondrio da parte di Franchino Rusca e Azzo Visconti, sono riaffiorate a poca profondità. Una parte di muraglia lunga quasi 20 metri venne portata alla luce nel 1915 in occasione dello scavo delle fondamenta del nuovo tribunale, altri resti vennero ritrovati in piazza Campello e nell’area del campanile, in una cantina di Sondrio vecchia e, recentemente, nell’orto dell’Arcipretura e nei giardini Sassi dove sono stati condotti scavi archeologici. Questi ultimi lavori, oltre ad approfondire i dati noti sulla costruzione medioevale, sembrano confermare preesistenze di epoca romana, testimoniate dal ritrovamento di diversi materiali quali  laterizi di copertura dei tetti, pareti di anfora e altri materiali ceramici, di cui i più antichi  databili intorno al I secolo d.C., indizi di un passato lontano che si aggiungono ai ritrovamenti precedenti costituiti da poche monete, alcuni frammenti in cotto e dall’urna cineraria in pietra di Esirio Secondo conservata presso il Museo. Le mura si sovrappongono inoltre alle fondazioni di altri edifici più antichi di epoca non precisabile che, con le dovute cautele, potrebbero suffragare l’ipotesi di una continuità dal “vicus” romano al borgo medioevale.

L’area attualmente adibita a verde pubblico costituiva un tempo il giardino di palazzo Sassi de’Lavizzari. I tre busti bronzei che vi sono sistemati raffigurano il patriota risorgimentale Maurizio Quadrio (1800-1876),  opera di Giovanni Spertini, il poeta Giovanni Bertacchi (1869-1942) opera di Enrico Pancera e il ministro Ezio Vanoni (1903-1956) dello scultore Livio Benetti.    

Porta di Ponta de Prada

Qui era fino ai primi anni dell’800 l’antica porta della cinta muraria trecentesca detta di “Ponta de Prada”, conosciuta anche verso la fine del ‘500 con il nome di “Porta del Rastello”, che costituiva l’ingresso orientale al borgo. Dalla “Cronica” del sondriese Beltramolo de Selva si viene a sapere che nel 1325 “furono fatte due porte, l’una per la quale si andava in Cugnolo ovvero al ponte d’Adda, l’altra in Quadrobbio per la quale si andava nella campagna verso ponta de Prada. Questa porta era molto bella et aveva l’insegna di parte Guelfa sopra e delli SS.i Capitanei et sopra ciaschuna d’esse porte v’erano le sue battrefrede di legname et similmente in molte altre parti di detto Muro, dove era il maggior impeto della guerra”. Dopo la conquista della Valtellina da parte dei Grigioni sulla facciata del bastione, in origine protetto anche da un fossato, vennero dipinti gli stemmi dello Stato delle Tre Leghe, insieme a quelli dei Governatori, dei Vicari e del Comune.

Casa Ferrari

Il portale al civico numero 21 di via Cavallotti è tra i più antichi e pregevoli fra quelli  presenti in città. L’architrave a timpano scolpito reca lo stemma della famiglia Ferrari di Montagna, originaria di Vigevano, che si stabilì in Valtellina nella seconda metà del XIV secolo. Ai lati dello scudo con leone rampante, inserito tra due volute floreali, è visibile il millesimo che data l’opera alla seconda metà del Cinquecento (si intravedono le prime tre cifre della data “155” mentre l’ultima è andata perduta); sotto di essa le due iniziali “I.F.” si riferiscono con tutta probabilità al committente dell’opera.

In principio le famiglie appartenenti alla “quadra dei nobili” erano quelle dei Beccaria, Lavizzari, Parravicini, Malacrida, Marlianici, Merlo, Andreani e Torelli, che nel tempo aumentarono di numero grazie a nuove fortune e matrimoni pianificati.
Un interessante spunto per la visita alla città può essere quello della riscoperta di stemmi e blasoni graffiti, affrescati o scolpiti delle antiche famiglie sondriesi che ancora si trovano sulle facciate dei palazzi o all’interno di cortili e androni.

La porta di Cugnolo

In quest’area, il luogo preciso non è noto, sorgeva l’antica “porta di Cugnolo”, una delle quattro che si aprivano lungo la cinta muraria trecentesca della città. Si trattava di un ingresso di minore importanza rispetto a quelli posti alle estremità della via Valeriana, l’asse stradale principale che attraversava il borgo da ovest a est. All’esterno del muro si estendeva la campagna fino all’Adda e al traghetto detto “navèt”, che permetteva di raggiungere Albosaggia (ancora oggi in quel paese presso il fiume c’è la località denominata il Porto).
Fu lungo questo tratto di mura che nel 1329 la città venne presa d’assedio, la “Cronichetta” di Beltramolo de Selva racconta che “venne il Sig.r Ravizza Rusca fratello di detto Sig.r Franchino con gran gente sopra la campagna di Sondrio rovinò ogni cosa, che era fuori dei muri, et pose l’assedio a detta terra, piantò il campo in mezzo di detta campagna dove si dice alla Croce di Canova, et quivi piantò due trabucchi (sorta di catapulte), et ogni giorno trabuccava nella terra di Sondrio, nella Chiesa, nel Campanile, et guastava molte case”. L’assedio e gli scontri durarono tutta l’estate con fortune alterne fino a quando, trovato un accordo, gli assalitori si ritirarono presso la torre sul sasso della Castellina di fronte al Porto di Albosaggia.

La Madonna della Rocca

La cappella dell’Annunziata, detta anche Madonna della Rocca, è la prima di una serie dedicata ai Misteri del Rosario che doveva costituire una sorta di “Sacro Monte” lungo la strada Valeriana, dal rione di Cantone al Santuario della Sassella. L’arciprete Giovanni Battista Sertoli e il fratello Francesco, promotori dell’iniziativa, prevedevano  la costruzione di quindici cappelle, di cui ne vennero edificate solo sei. Le quattro rimaste sono state recentemente interessate da interventi di restauro.

Dopo la Cappella dell’Annunziata, terminata nel 1713, venne edificata quella presso la chiesa della Sassella (1713-14) dedicata alla Pentecoste e conosciuta come “capitello degli Apostoli”. Venne arredata con le statue lignee di Giovanni Battista Zotti raffiguranti la Madonna e gli Apostoli che recano sul capo la fiammella dello Spirito Santo. Seguirono le due cappelle nelle località di Pedretta e Castellina, oggi scomparse, e in tempi imprecisati quelle tuttora esistenti: una nei pressi dello stadio e l’altra sulla strada per Triasso.
La cappella dell’Annunziata, a pianta ottagonale con portico a tre arcate coperto da un tettuccio, fu costruita molto probabilmente su progetto di Pietro Ligari e attualmente presenta un piano sopralzato costruito nel 1918.

Un restauro complessivo della cappella, eseguito nel corso del 1996 a cura del Lions Club, ha interessato le parti murarie, la decorazione interna che si trovava in stato di avanzato degrado, e le sculture lignee, ridipinte numerose volte nel corso del tempo.
Le pareti interne sono state affrescate nel 1780 da Carlo Scotti, originario della Val d’Intelvi, che all’interno delle nette partiture scandite dall’impianto architettonico ha dipinto, a partire dal lato sinistro, la Fuga in Egitto, l’Adorazione dei Magi, la Presentazione di Gesù al Tempio (al centro), la Visitazione di Elisabetta e Gesù tra i dottori. La decorazione della volta, di cui si è accentuata la prospettiva con l’inserimento di una corona di putti, rappresenta l’Immacolata con il Bambino che trafigge il drago con una lancia.

Il gruppo ligneo, opera del 1715 di Giovanni Battista Zotti, rappresenta l’Arcangelo Annunciante che tende le mani verso la Vergine seduta all’inginocchiatoio. In tempi successivi venne posta nella mano sinistra della Madonna una rocca per filare, aggiunta che ha condizionando il nome stesso della cappella.

Il convento dei Cappuccini

L’importanza dell’altura del Moncucco per la posizione strategica sulla città non sfuggì ai signori di Sondrio, i Capitanei, che nel ‘300 la fortificarono a più riprese con due torri e muraglie. Dal colle, poco distante dal castello Masegra, si dominava la parte orientale del borgo, e la posizione vantaggiosa scoraggiava gli attacchi alla città dall’alto. Fu probabilmente per questa ragione, come ipotizza il Romegialli, che nel ‘500 venne smantellata una villa posta sul pianoro a valle delle torri: si voleva evitare con ciò che eventuali assalitori potessero accamparsi in un luogo pericoloso per i quartieri sottostanti.

Nel secolo successivo, per volere della cittadinanza sondriese, le stesse pietre  della costruzione demolita servirono per edificare un convento francescano. Con una solenne processione l’11 giugno del 1628 dodici padri fabbricieri, tra i quali quel frate Felice Casati sovrintendente del Lazzaretto di Milano che il Manzoni ha immortalato nei “Promessi Sposi”, posero una croce sul luogo dove sarebbe sorto un monastero con la foresteria.

Nel 1805 il convento venne soppresso, i suoi beni confiscati e in seguito gli edifici utilizzati quali sede del Ginnasio Convitto. Nel museo cittadino è conservata un’importante pala d’altare seicentesca proveniente dalla chiesa del monastero: l’opera, del pittore Carlo Francesco Nuvolone, raffigura la Madonna e S. Felice da Cantalice con Gesù Bambino.